ferrata limbo oropa

ALTO PIEMONTE-05-07-2020-- Premessa. Un'altra

escursione di inizio secolo, accompagnato dai miei maestri. La mia prima “ferrata”, più lunga, ma molto meno impegnativa di quella di Gabi, a noi più familiare e più vicina.

FERRATA  DEL  LIMBO  - MONTE  MUCRONE (2335)

28    settembre  2002

 La sera del 27 settembre 2002, appena rientrato in patria da una settimana di siderurgia pesante, ricevo un’inattesa telefonata da Sergio, che esordisce col classico “numa!”.  Il suo tono di voce e l’esordio così diretto lasciano presagire qualcosa di grosso e, come tale, foriero di sventure. La meta è il monte Mucrone, zona Biella, panoramica e rilassante passeggiata in un comprensorio a me sconosciuto ………. e fin qui……..., ma il caro Sergio inizia uno strano discorso su cose ancor più strane, con cui avevo una certa dimestichezza 35 anni fa’, quando tentavo di fare l’alpinista sotto la guida del grande Luciano Bettineschi in quel di Macugnaga. Adesso, però, mi sono quasi dimenticato il significato di “imbracatura, corda, moschettoni, cordino, casco “ ecc…  La parola “dissipatore”, poi, a quei tempi non esisteva del tutto, se non sulla bocca di qualche docente di fisica o cose simili. Sergio mi tranquillizza, dicendo che si tratta di pure formalità e che, per non annoiarci, saliremo il Mucrone lungo una via ferrata semplice, rilassante ed alla portata di tutti. Tento di salvarmi in corner, adducendo le più disparate scuse, quali indisposizioni varie, stanchezza da lavoro, impegni coniugali, ma tutto viene “smontato” scientificamente, dati alla mano. L’ultima spiaggia è la mancanza di parte dell’attrezzatura, ma la risposta è già pronta : “te la procuro io”. Che fare? Cedo miseramente e comincio a pensare a qualche altra scusa da inventare, questa volta nell’ambito domestico, per giustificare uno zaino diverso dal solito. Mi va bene anche questa ed è così che la mattina dopo, in orario stranamente umano, passo a prendere Sergio e Giuseppino, lo yankee, (come poteva mancare?) e si parte per Biella, seguiti a ruota da Antonio ed Egidio. Mi consola il fatto che la spedizione è composta da “grandi”, chi alpinisticamente, chi di statura, e quindi qualcuno, volente o nolente, mi tirerà su. La giornata sembra splendida e il morale quasi alle stelle. Raggiunta Biella si sale ai 1200 metri del Santuario di Oropa, dove Giuseppino chiede cinque minuti per manifestare la sua devozione alla Madonna Nera. In attesa della funivia mi scappa l’occhio su avvisi che parlano della nostra ferrata con una certa serietà, ma gli amici mi tranquillizzano prontamente dicendo che “dicono sempre così”. La funivia ci porta a 1850 metri e, dopo un rapido orientamento, inizia l’avventura …… e inizia proprio come dovrebbero iniziare tutte le passeggiate, cioè scendendo lungo il comodo e largo  tracciato di una facile pista di sci. Su questo terreno do sempre il meglio ed è così che, senza fatica alcuna, in circa mezz’ora arriviamo a quota 1620, felicemente diretti al punto di partenza, il Santuario. Non mi par vero di essermela cavata così a buon mercato, ma ci pensa Sergio a frenare la mia entusiasmante discesa: “Fermo! Qui si sale!”. Ed è proprio così : in circa 45 minuti un ripido sentiero ci riporta in quota, a circa 2000 metri, alla base del Monte Mucrone, che, visto da qui, ha un aspetto decisamente diverso, sembra davvero un monte. Fa’ pure freddo, all’ombra di una ripida parete che alcune decine di disperati stanno salendo con grande lentezza, e c’è anche qualche traccia di neve. Sosta per vestirsi, imbracarsi, “cordinarsi” (con una sola o) e “moschettonarsi”, lasciando smaltire un po’ di coda. L’elmetto è obbligatorio, chissà poi perché? Me ne accorgo all’attacco, dove centro in pieno, per fortuna “di casco” e non di testa, il primo  gradino di acciaio inox. Sergio guarda molto preoccupato il suo casco, che per fortuna  resiste al fortissimo impatto. Per la testa, come dice prontamente Giuseppe, non c’è da preoccuparsi, “tanto…”.  Sopporto in silenzio l’ennesima umiliazione, pensando che presto verrà l’inverno e lo yankee sa bene a cosa mi riferisco. I primi tratti sono decisamente “tecnici”, lo confermano anche gli altri. C’è una certa esposizione, un passaggio porta anche un po’ “in fuori”, e poi c’è da acquisire dimestichezza con la tecnica d’aggancio e sgancio continuo dei due cordini di sicurezza. Per fortuna non c’è tempo di guardarsi indietro, ma adesso capisco a cosa serve l’ampia cerniera posteriore, tanto decantata da Ugo, sulle salopette da parete. Nonostante tutto la coda davanti si smaltisce, gli amici mi incoraggiano, il sole rispunta da dietro il monte, la pendenza diminuisce, i movimenti diventano più coordinati e gambe e braccia cominciano a girare, anche se Giuseppino dice che “di lì” non passa neppure uno spillo. Glielo lascio credere ed esco dalla prima metà del percorso senza troppa fatica, alle spalle del capo-comitiva Sergio. Breve riunione e si sceglie il successivo itinerario, aereo, ma bello e divertente: probabilmente trattasi di variante scelta dagli amici per aumentare leggermente il (secondo loro) basso tasso di difficoltà. Lo conferma il ponte tibetano costituito da due cordini tesi sull’abisso, alla “cliff hanger” per intenderci, che mi tocca attraversare più avanti : ieri, in ufficio, non mi sarei neppure immaginato di poter diventare così coraggioso, ma forse è l’istinto di sopravvivenza. Giuseppino continua a divertirsi, ma …verrà l’inverno. Senza ulteriori difficoltà, o forse non me ne rendo più conto, giungiamo in vetta al Mucrone dopo circa un’ora e mezza di “ferrata”. Siamo a 2350 metri ed il panorama è stupendo, ma la nuvoletta da ragioniere che ci segue da inizio stagione (vedi Weismiess) è già in agguato. Durante la discesa su facile sentiero (e non si poteva farlo anche in salita?) la nebbia ci avvolge al punto che “cicchiamo” in pieno il tanto decantato lago del Mucrone. Lo vedremo la prossima volta, sperando che resti lì. Spuntino enologico nella nebbia e si rientra al Santuario senza funivia. La giornata si chiude in allegria, prometto a Sergio che mi attrezzerò a dovere per eventuali future avventure simili e ricordo a Giuseppe che l’inverno è alle porte. Alla prossima!

Gianpaolo Fabbri