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GENOVA- 15-08-2020--Genova, 14 agosto 2018, ore 11,45

Genova, 14 agosto 2018, ore 11,45. Piove. Attraverso il viadotto Morandi, guardo Genova la Superba, la bella Genova che vive sotto di me. Un boato, nella nebbia di acqua fitta, una specie di bomba d’acqua. È una bomba, una strana bomba che mi fa rovinare non so dove. Apro gli occhi. Quasi non vedo. Non si sente nulla, neppure lamenti. Sono avvolto dalle lamiere, dalla plastica, dal fumo. L’odore di carburante è ovunque. Cerco di uscire dai vetri frantumati del parabrezza. L’acqua dirada la polvere, non la nebbia. Lontano case economiche, piloni divelti, macerie. Cosa accade? Sono vivo? Sì. Ora capisco, il ponte è crollato ed io ci viaggiavo sopra. Volevo andare a Pisa, a curarmi, non per andare al mare.

A Pisa vado con regolarità. Venendo da Alessandria, arrivo a Genova, mangio la farinata e la focaccia di Recco, nonostante il diabete, si vive una volta sola. Poi riprendo l’autostrada. Genova mi piace molto, è elegante, popolare, bellissima.
Anche la cucina qui è impagabile, la cucina di strada e quella nobile. Che meraviglia. Ma ora dove sono? Sento le ambulanze. Macerie, vedo macerie ciclopiche. Mi sento confuso, stressato. Guardo sopra di me. Lontano una campata incerta, la intravedo, la immagino, la compendio.
Che è successo? Possibile che il ponte sia crollato? Fortuna che viaggiavo solo. Ho lasciato mia moglie e mia figlia a casa. Inutile sottoporle a un viaggio interminabile, tra le strade liguri e quelle toscane, di questi tempi, caldo, ferie e Ferragosto. Volevo tornare in serata, prima di cena. A Pisa, dopo il San Rossore, la piazza dei Miracoli, di solito. Quando posso, mi rifaccio gli occhi.
Il San Rossore è anche la tenuta del Capo dello stato. Prima dei re d’Italia, ora della regione Toscana. Bravi.

Un branco di ladri. Criminali. Posso andare alla tenuta del San Rossore? No. Sono qui. Nel fango. Ora capisco. Sono vivo per miracolo, e non è un semplice modo di dire. Come può cadere un viadotto autostradale? Ci saranno morti attorno a me. Eravamo in molti oggi su quella strada. Code, code. TIR. Lavoro. Formiche. È una storia criminale ininterrotta. Come possiamo farcela?

Sono confuso. Non mi par vero. Sono italiano. Cittadino italiano. Ho sessantaquattro anni.
È stato sempre cosi, fin dalla Festa degli alberi, ai tempi delle Elementari. Non cambia nulla. Morti, morti, stragi, stragi impunite. Milano, Brescia, Bologna, Roma, Firenze. Un Paese di criminali, lo so da troppo tempo.

La mia vettura è irriconoscibile. Se mi allontano nessuno, si accorgerà. Non sono curioso di vedere. Non voglio più vedere. Mi dimetto da cittadino. Voglio tornare a casa mia. Casa mia è la mia patria. I miei famigliari sono i miei concittadini. Non mi fido più. Nessuno pagherà. Non mi fido più, non prenderò più la macchina, l’autostrada, la nazionale. Qui crolla tutto. Cercherò di rientrare a piedi, attraversando campi, fiumi e monti, sino ad Alessandria.

Rocco Cento