DOMODOSSOLA- 08-01-2016- Ci sono storie che sembrano impossibili,
fino a quando non te ne ritrovi una davanti agli occhi, nelle occasioni e nei posti più impensabili. In una casa di riposo, ad esempio, come quella di Domodossola, dove vive dal 2013 Mario Renzi, nativo di Barisciano, in provincia de L’Aquila. E’ in carrozzina, fatica moltissimo a parlare, ma con l’aiuto di Monica Sansevrino, animatrice della Casa di riposo, riusciamo a farci raccontare la sua vita. Classe 1947, Mario si trasferì in Svizzera ad appena 17 anni; la sua corporatura robusta, ben visibile ancora adesso, gli aprì la strada al lavoro in galleria, come minatore. Suo padre lavorava già in Lussemburgo e lo chiamò lì per qualche mese; una delle sue sorelle si sarebbe trasferita a sua volta in Svizzera, mentre la madre e la sorella più giovane rimasero a Barisciano. Durante il servizio militare in Italia - Artiglieria di montagna a Tolmezzo, in Friuli - Mario conobbe quella che sarebbe poi diventata la sua prima moglie: Mara Petrovinick, Montenegrina che lavorava in un ristorante. Si sposarono nel dicembre 1970 in Montenegro: lui era tornato a lavorare in Svizzera come minatore per la stessa ditta di prima ed anche lei ne era diventata dipendente, con il compito di portare le vettovaglie ai minatori. Da lei, nel novembre del 1971, ha avuto un figlio, Draza, che durante la guerra civile jugoslava divenne ufficiale dell’esercito serbo e fu ferito ad una spalla, a Vukovar. Adesso gestisce una distilleria in Montenegro. E’ venuto una volta a trovarlo a Barisciano: Mario non lo vede dal 1995, si sentono per telefono, ogni tanto. Sempre nel 1971 Mario si trasferì a Bordeaux per conto dei suoi datori di lavoro svizzeri; la moglie lo seguì qualche mese dopo. A Bordeaux si trovò come compagni di lavoro alcuni Austriaci e Spagnoli “un po’ matti”, dice lui. Con un collega spagnolo, una sera, andò in una grande sala da ballo e poi a cena; due donne vennero a sedersi al loro tavolo e la serata finì con loro in camera da letto. Le pagarono in anticipo, ricorda ancora Mario. All’una di notte fece irruzione la polizia, che arrestò lui e vari altri uomini, di cittadinanze diverse. Li picchiarono con i manganelli e lui per reazione diede un pugno ad un poliziotto. Dopo l’interrogatorio in gendarmeria li caricarono su un furgone, su cui fecero un viaggio di più di mille chilometri, fino a Marsiglia, con un trasbordo da un mezzo ad un altro e un po’ di pane e formaggio come pasto. Mario raccontò alle guardie cos’era successo con i poliziotti a Bordeaux, ma poi, a Marsiglia, finì per mordere un altro agente. Senza alcun processo, dice, la polizia gli prospettò la scelta: o i lavori forzati in miniera, o l’arruolamento nella legione straniera. Così, a 24 anni, Mario Renzi scelse di diventare legionario, rimanendo in servizio per 12 anni. Sua moglie, incinta di Draza, non seppe più nulla di lui. Non gli lasciarono telefonare né scriverle, dice; lui provò ad inviarle qualche lettera, ma sparivano. Per questo l’ha persa; quando poté ritornare in Montenegro seppe che lei si era risposata con un cugino rimasto vedovo, credendo che il suo primo marito fosse scomparso. Mario fece causa allo Stato francese; due ricorsi contro la sentenza di primo grado. Intervennero in suo favore i suoi datori di lavoro; intervennero diversi governi, ad esempio quello austriaco e quello filippino, perché quella notte a Bordeaux furono arrestati cittadini
di diversi Paesi; il Governo italiano invece, dice Mario, fece ben poco. Solo al terzo grado del processo intervenne dall’Italia in suo favore il senatore a vita Lelio Basso, ma lui ormai aveva già fatto 10 anni in servizio armato; ne avrebbe poi fatti altri 2 come lavoratore militare, addetto ai cavalli. Alla fine lo Stato francese ha dovuto risarcirlo per il trattamento ingiusto con diversi milioni di lire. I ricordi dei suoi anni in Africa si affastellano, tanto che in alcuni momenti lui stesso fatica a districarcisi. Racconta che inizialmente prestò servizio per 7 o 8 mesi a Forte San Nicola, in Francia, poi fu trasferito in Ciad con un viaggio in mare tra Corsica, Egitto e Sudan. Tappe obbligate, spiega, perché ogni tanto la nave andava in avaria e occorreva aspettare le attrezzature dalla Francia per ripararla. Racconta che aerei libici li attaccarono mentre stavano prendendo il sole sul ponte della nave; quattro legionari restarono uccisi, un aereo venne abbattuto ed il pilota catturato. Racconta della guerra civile in Ciad, nel 1978, in cui Gheddafi era intervenuto perché voleva impadronirsi del petrolio e dei fosfati. Alcuni legionari combattevano contro le truppe libiche, altri dovevano scortare i camion che portavano i preziosi fosfati ciadiani verso il mare, oppure pattugliavano le strade. Il calore del sole, ricorda Renzi, era tale da sciogliere persino l’asfalto. Lui era impegnato a combattere contro i Libici: spesso si è trovato di fronte i Cubani, alleati di Gheddafi. Ricorda di avere personalmente ucciso 38 nemici, in gran parte libici e di aver visto morire molti suoi commilitoni: “Quando cominci a sentire gli spari - commenta - diventi matto; gli uomini quando stanno per morire chiamano sempre la mamma e in Ciad si sentiva gridare “mamma” in tante lingue”. Racconta di avere dovuto mangiare la biada dei cavalli arrostita per due settimane; non arrivava cibo perché gli ufficiali incaricati degli approvvigionamenti, appena scaricatolo dagli aerei, firmavano le ricevute e lo giravano agli Arabi per ingraziarseli ed evitare di essere attaccati. Ricorda di essere arrivato ad un livello tale di esasperazione da lanciarsi contro il suo stesso colonnello con una bomba a mano. Non gi interessava neanche più di morire dilaniato; alla fame si era aggiunto un persistente mal di denti, aggravato dalle pagliuzze di biada che rimanevano imprigionate in bocca. Non fu punito per quell’insubordinazione: anzi, poco dopo, dice, arrivarono cinquanta quintali di scorte alimentari, tra cui anche un po’ di polenta. Ricorda che ad un certo punto i Cubani se ne andarono, perché Gheddafi aveva rotto i rapporti con Castro; al loro posto arrivò un’armata di 150 mila Arabi. La Legione li attaccò all’improvviso e li prese prigionieri tutti, dopo una battaglia durata dalle 5 di mattina alle 4 del pomeriggio; si dovettero far arrivare pali e filo spinato per recintare il campo in cui gli Arabi furono tenuti prigionieri per un mese, insieme con pecore e polli che si erano portati dietro per avere da mangiare. Legionari e prigionieri arabi condivisero così la carne fresca; gli Arabi poi vendevano le pelli degli animali seccate al sole. Mario ricorda che arrivavano i camion a prenderle. Il comandante della Legione un giorno radunò i prigionieri per chiedere loro cosa volessero fare: 15 mila Arabi decisero di passare dalla parte dei Francesi: “Un po’ di giorni dopo l’armistizio con i Cubani - racconta Renzi - il comandante dei legionari è andato a parlare con il comandante in seconda cubano, un uomo con una barba che sembrava quella di Fidel Castro. Costui disse al nostro capitano che la Legione era la miglior armata del mondo, che non aveva mai perso una battaglia; non voleva credere che avevamo mangiato la biada dei cavalli per 15 giorni. Mentre parlava con il nostro capitano, ha saputo per telefono che al suo comandante erano nati due gemelli e che la moglie stava bene; per festeggiare, si è messo a sparare in aria con la pistola davanti al nostro capitano. Sia noi che i Cubani volevamo che la guerra finisse”. Renzi racconta che dal Ciad i Legionari vennero poi trasferiti in Senegal, sconvolto anch’esso dalla guerra civile, a combattere contro i rivoluzionari socialisti. Rimasero lì circa due mesi, poi furono trasferiti con un ponte aereo in una zona in riva al mare; una mattina sentirono la sirena della stessa nave che li aveva portati in Africa, che rimase lì due giorni poi li caricò a bordo; Renzi ricorda che anche l’equipaggio era esattamente lo stesso. Quando arrivarono allo stretto di Gibilterra, Marocchini e Spagnoli fecero i fuochi d’artificio in loro onore. Rimasero lì una settimana: finalmente poterono lavarsi, mangiare e bere come si deve. Mario ricorda che venne il dittatore Francisco Franco a salutarli e nel suo discorso disse fra l’altro: “Quando sei davanti alla persona umana, la politica va messa da parte”. C’erano anche i Cubani che avevano abbandonato Gheddafi, con le loro barbe lunghe; parteciparono insieme a loro ad una sfilata a Ceuta, uno dei due avamposti spagnoli sullo Stretto di Gibilterra, salutando l’anticomunista Franco con il pugno sinistro alzato. Hanno sfilato insieme anche a Parigi, ricorda Mario. In quei giorni fece conoscenza con un prete basco, don Francisco Perreiro Irribarne, cittadino spagnolo, che domandava ai Legionari se fossero volontari o forzati, perché voleva aiutare quelli arruolati forzatamente. Si faceva dare soldi dai Legionari, dice Mario, aggiungendo di non sapere come li utilizzasse; lui non glie l’ha mai chiesto, ma il processo contro lo Stato francese l’ha potuto intentare proprio grazie all’aiuto di quel prete. Mario Renzi ha fatto ben quattro campagne militari in Africa; due in Ciad, la terza in Niger e la quarta in giro per il Sahara, in tutto il nord Africa. Finito con la Legione straniera, tornò a Barisciano attraverso la Svizzera: era la fine del 1984. Divenne allevatore con suo padre, che aveva 6 vacche; andò in Montenegro a rincontrare la sua prima moglie, già risposatasi; in ospedale a Barisciano conobbe Alba Gizzi, di Rocca Preturo (AQ), che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie. Lui assisteva sua madre, lei suo nonno: si sposarono nel 1989 e un anno dopo ebbero una figlia, Maria Grazia, che ora vive a Ginevra con la sorella di Mario, Anna Maria. Mario divorziò anche da Alba, nel 1998. Lavorò come allevatore fino al 2005; suo padre morì nel 1996 e lui continuò a curarne il gregge di pecore, occupandosi anche della parte che andò in eredità alle due sorelle. Un giorno si accorse che una delle sue pecore stava bevendo in uno stagno precedentemente inquinato dalle vacche di un altro allevatore; l’acqua sporca faceva ammalare le sue pecore. Chiese a costui perché lasciasse sporcare l’acqua in quel modo, sentendosi rispondere che lo stagno apparteneva ad un pezzo grosso della ex Democrazia Cristiana locale. Mario allora prese a pugni il malcapitato, che se ne andò, ma qualche tempo dopo, mentre Mario risaliva la stradina dal paese al pascolo, in una sera nebbiosa, gli arrivò alle spalle con una jeep e gli passò sopra; sceso dall’auto con un’ascia in mano, voleva finirlo, ma Mario riuscì ad afferrargli una gamba, a farlo cadere e battere la testa. Alcuni pastori che passavano di lì chiamarono soccorso con il telefono cellulare: Mario finì in ospedale, il suo investitore venne medicato ed arrestato. Al processo fu condannato ma finora, dice Renzi, ha pagato solo gli avvocati. Del risarcimento a lui non è arrivato nulla. Tre mesi di ospedale a L’Aquila, un intervento chirurgico all’Ospedale cantonale di Ginevra, nel 2009 poi, grazie all’interessamento della figlia di sua sorella, Renzi ha trovato posto nella casa di riposo di Druogno. Per pagarsi le cure ha dovuto vendere prima le vacche, poi anche le pecore; nel 2010 è stato ospite in casa di riposo a Premosello Chiovenda, quindi è approdato alla struttura protetta di via Romita, a Domodossola. Conosceva già la nostra zona fin da quando lavorava in Svizzera, spiega: sua sorella con il treno in un’ora e mezza può venire a trovarlo. Oggi mostra con orgoglio ai visitatori le foto delle sue campagne militari in Africa.
Mauro Zuccari



