VERBANIA – 14.05.2017 – Un fantomatico investimento
finito nel dimenticatoio, una nuova opportunità e una “missione” di quasi un anno tra Spagna e Marocco per l’acquisto di un albergo, prestiti per oltre 100.000 euro e quella fideiussione da 140.000 risultata poi falsa. È molto intricata e chiama in causa diverse persone la vicenda che coinvolge il fisioterapista di origine marocchine ma residente nel Cusio novarese (oggi vive in Tunisia) Abdellah Azertby e la moglie Enza Frattini. I coniugi sono a processo a Verbania per truffa aggravata, per aver cioè fornito come garanzia per un debito di 100.000 euro che avevano contratto, una finta polizza fideiussoria del valore di 140.000. Polizza che risale al 2013, quando la vicenda spagnola s’era conclusa e un aronese creditore di Azertby, pretendendo di riavere indietro i 100.000 euro anticipati, prima chiese loro una lettera di riconoscimento del debito e poi accettò come garanzia una polizia fideiussoria da
140.000 che, consegnata nello studio di un avvocato di Arona, si scoprì essere falsa, disconosciuta dalla stessa compagnia che l’avrebbe rilasciata ma che ne era del tutto all’oscuro. Se ci fu truffa e se gli imputati ne sono responsabili, il giudice Raffaella Zappatini lo deciderà il 7 giugno, data alla quale ha aggiornato il processo, il cui dibattimento è stato incentrato sulle circostanze di quel prestito.
L’origine di tutto è il denaro 150 milioni di lire – 100 propri, 50 dei familiari – che a fine anni ’90 l’aronese Davide Catania diede a Azertby per un investimento immobiliare all’estero che non ebbe mai seguito e che, stando a quanto da lui raccontato, s’era arenato perché il denaro era stato bloccato in Marocco. A distanza di oltre 10 anni Catania tornò in contatto con Azertby che gli offrì un’altra opportunità per rientrare di quanto aveva perso: la creazione di una società immobiliare a Alicante, in Spagna, di cui sarebbe stato uno degli amministratori, finalizzata all’acquisto di un albergo. I due, insieme a altre persone, partirono per la Spagna, avviarono le pratiche burocratiche e soggiornarono per diverse settimane, quasi due mesi, in alberghi a quattro stelle senza che l’investitore dovesse sborsare denaro. Ma c’erano complicazioni, l’affare slittava e il denaro scarseggiava. Così Catania mise altro denaro proprio e, non potendo più attingere a fondi propri, iniziò a contattare alcuni amici. Tra la quindicina che interpellò ne trovò uno, titolare di un bar di Arona, disposto a anticipare il denaro. La “missione” in Spagna, con una puntata in Marocco per aprire un conto corrente convertibile, andò avanti ma terminò nel nulla, senza speculazione e senza lucro, con un debito.
Frattini non aveva idea di che cosa stesse succedendo, ha detto l’imputata al giudice rilasciando spontanee dichiarazioni e spiegando che, al ritorno dalla Spagna, il marito la convinse a firmare il documento e, preoccupata di perdere la casa, accettò di sottoscrivere la polizza fideiussoria discussa dal marito e procurata tramite intermediari. Non ha però saputo spiegare perché l’importo fosse di 140.000 euro anziché 100.000, né è stato del tutto chiarito da Catania, sentito come testimone, se si trattasse di un prestito ricevuto o della promessa di una quota di investimento.



